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Investire sull’arte

Aspettando Godot.

di Garofano Flavio Romualdo

Nel dibattito pubblico sulla cultura, l’Italia tende a guardare indietro. Si celebra il patrimonio, si finanziano recuperi, si riportano in patria opere uscite dai confini decenni fa. È comprensibile il passato è straordinario, e preservarlo ha senso. Ma c’è un rischio in questo atteggiamento: che il presente venga trascurato proprio mentre si celebra ciò che altri tempi hanno saputo produrre.

I capolavori non nascono per decreto. Nascono in ambienti in cui creare è possibile. E oggi, per molti artisti italiani, non lo è. Siamo tutti in attesa di qualcosa che sta per succedere, ma che sappiamo non accadrà mai.

Il problema è materiale, nel senso più letterale: materiali, studio, tempo. Un artista che deve sopravvivere economicamente non è un artista che lavora, è un artista in attesa. Un paese che non investe sugli artisti contemporanei rinuncia alla possibilità di generare nuova qualità, nuova eccellenza, nuovi capolavori.

Servirebbe, a mio avviso, una misura strutturale: un reddito di inclusione specifico per chi esercita la professione artistica, non come assistenzialismo ma come investimento. Una soglia minima che garantisca di poter coprire i costi essenziali della produzione. Materiali, spazio, strumenti. Il minimo perché il lavoro possa esistere.

Non è un’idea nuova, e in altri paesi europei ha già forme concrete. In Italia manca la volontà politica di riconoscere l’arte come settore produttivo a tutti gli effetti. Eppure i ritorni culturali, economici, reputazionali esistono.

Il secondo nodo riguarda la domanda. Un mercato dell’arte vivo non si costruisce solo dall’alto, serve che cresca anche dal basso, nelle case, nelle famiglie, nella quotidianità.

Oggi esistono incentivi per l’acquisto di elettrodomestici. La logica è quella dell’efficienza energetica: si sostituisce il vecchio con il nuovo, si riduce il consumo. È una buona logica. Ma esiste anche un’efficienza culturale, ed è altrettanto misurabile. Un’opera d’arte che entra in una casa non consuma, produce. Produce attenzione, domanda, conversazione, trasmissione di valori estetici tra generazioni, aumenta il livello culturale medio. E questo è lo strumento più utile per far ripartire il mercato.

Un’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima opera d’arte — pensata per le famiglie, non per i collezionisti già formati — sarebbe un segnale semplice e potente: l’arte non è un lusso, è un bene. Come un elettrodomestico efficiente, ma con un orizzonte più lungo.

Rimettere gli ingranaggi al posto giusto è necessario. Ma senza carburante, nessun motore parte. E il carburante, qui, è una scelta politica.

Allora, Andiamo? Andiamo.

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