Il rispetto dei ruoli come pratica di comunità
Di Flavio Romualdo Garofano
Sono arrivato tardi al mondo dell’arte, e ci sono entrato da resistente. Lo dico non per sminuire il mio punto di vista, ma per precisarlo: guardo questo sistema con la curiosità di chi non ha ancora abitudini consolidate e con l’interesse di chi vorrebbe rimanere in piedi abbastanza a lungo da vedere i risultati del proprio lavoro.
Quello che osservo non è un sistema senza comunità, è un sistema in cui la comunità ha perso la disciplina dei ruoli.
Si parla molto di crisi — di gallerie storiche che chiudono, di artisti italiani assenti dai palcoscenici internazionali, di risorse insufficienti. Tutto vero. Sotto queste emergenze visibili ce n’è, però, una più silenziosa che le alimenta: nessuno sta più fermo al proprio posto. Artisti che curano, curatori che fanno gli artisti, galleristi che delegano le scelte, articolisti impresari, collezionisti che allestiscono spazi temporanei come una galleria, musei che ragionano come gallerie commerciali, gallerie che cercano di essere contemporaneamente museo, centro culturale, scuola e deposito. In tutto ciò anche le fiere sembrano mercati generali.
Sono un anarchico di base, quindi non lo dico per nostalgia dell’ordine, assolutamente. Dico questo perché un sistema funziona quando ogni ingranaggio sa cosa fa. Nel calcio, un portiere scarso con i piedi che decide di giocare da mezzala non esprime creatività: indebolisce la squadra. Il talento non basta se non è nel posto giusto.
Il rispetto dei ruoli non è una questione gerarchica è convivenza civile. Un curatore che riconosce i confini del suo mandato non si sminuisce: si rafforza. Un gallerista che sa distinguere la propria funzione da quella di un museo può fare il gallerista bene, invece di fare tutto male.
Questa confusione non nasce dalla mancanza di competenze. Nasce, in molti casi, dalla mancanza di risorse che costringe ciascuno a coprire il vuoto lasciato dall’altro. Ma nasce anche da una cultura del ruolo debole, in cui il poliedrico viene scambiato per il necessario e il proliferare delle funzioni viene letto come vitalità invece che come sintomo.
Rimettere gli ingranaggi al posto giusto non risolve tutto. Il carburante resta necessario, e su quello il dibattito politico e fiscale è aperto e urgente. Ma senza una riorganizzazione dei ruoli, qualsiasi investimento rischia di alimentare un motore che gira a vuoto.
